Felice Toti è morto questa mattina, con un sorriso e – così racconta il nipote Rosario che in quel momento gli era vicino – alzando il braccio, con il pugno della mano stretto, come se volesse catturare quella di una persona che gli stava di fronte e solo lui poteva vedere. Era peggiorato inaspettatamente in nottata, ma fino a ieri sera sembrava che l’ultima coda della sua lunga e dolorosa malattia, affrontata con coraggio e lucidità non comuni, fosse destinata ad allungarsi ancora per un po’. Eravamo amici, ero amico della moglie Lilia fin da quando eravamo ragazzi; di Martina, la sua prima figlia, mi sento come una specie di zio. L’amicizia era diventata più stretta, irrevocabile, in un bel periodo della nostra militanza politica, socialista, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta.
Felice ha fatto tante cose nella sua vita, l’architetto, il docente di scuola, l’assessore alla pubblica istruzione del comune di Alatri, il preside delle scuole superiori, al Liceo Conti Gentili e, soprattutto, al Liceo Artistico di Frosinone: tanti colleghi di questa scuola, mi ha detto lui stesso, in tutti questi mesi di ricovero sono andati a fargli visita, e quando è stato possibile lo hanno accompagnato in qualche «scappata» fuori dalla struttura di cura in cui aveva scelto di andare, una volta morta Lilia.
Nelle fasi iniziali del Parkinson che lo aveva colpito, ma quando già non c’erano più dubbi sulla natura e gravità della malattia, Felice, che aveva avuto il dono di una bella e colta scrittura, scrisse un libro che presentammo (era, mi pare, il 2018) al Coworking Gottifredo: «Senza Ombra di dubbio» (e un «memoir» molto bello aveva scritto qualche anno prima, «Velluto a coste»). Ne scrissi brevemente su facebook per presentare l’iniziativa.
Digitando il nome di Felice sul mio computer ho ritrovato quello scritto, che ripropongo qui. È il mio saluto, di cui non cambio nemmeno il finale, che in quell’occasione cercava ancora di dare qualche ragione alla speranza. Ma che è giusto anche adesso, perchè Felice la sua battaglia l’ha combattuta fino a stamattina ma il suo libro potrà servire ad altri per trovare forza e speranze per la loro.
“Conosco e sono amico di Felice Toti da molti anni, così come da molti anni (e forse più) sono amico di Lilia Mangiapelo, sua moglie. Ho perciò qualche difficoltà a parlare del libro nel quale Felice ha deciso di raccontarci una sua vicenda molto privata, quella della malattia che lo ha colpito all’improvviso e lo sta accompagnando, per fortuna ancora senza bizzarrie incontrollabili, da oltre sei anni. La malattia di Felice non è un impiccio da poco, si chiama morbo di Parkinson e corrode la normalità di una persona portandola su un piano inclinato che non si sa dove la lascerà cadere. Il libro di Felice è innanzi tutto un modo di aggrapparsi a qualcosa che ritardi o eviti la caduta, una mano in più da afferrare, oltre a quelle offerte dalla ricerca, dalla medicina, dall’amore della famiglia (che il dolore può devastare, dividere, ma anche miracolosamente rafforzare e riunire), per evitare il precipizio che si rivela nella forma subdola della perdita del controllo dei gesti o della flessibilità delle articolazioni, tutto ciò che da sani non sappiamo ma coincide con la libertà del nostro corpo e dunque di parte (non tutto) di noi stessi.
La mia difficoltà, segnata dalla partecipazione emotiva alla difficile condizione di un amico, è però superata da una constatazione, dalla qualità di questo libro, una qualità non solo umana ma letteraria, cosicché leggendolo mi è capitato di reagire in modo strano, dimenticare che Felice è una persona che fa parte della mia vita, e perciò un suo dolore diventa anche un frammento di un mio dolore, ed entrare nella narrazione con l’ansia di un lettore comune, che si lascia prendere dalle tante sinuosità del racconto, conquistare dalle infinite suggestioni che propone e, alla fine, dunque sorprendendosi a cogliere una eco universale racchiusa nella vicenda privata. Se dovessi tradurre tutto questo in una formula concisa direi che il libro di Felice, diario di sei anni con tante incursioni nel passato che torna a volte a lenire a volte ad acuire l’angoscia del presente, è un romanzo di conoscenza dell’ “altro – malattia” attraverso la conoscenza minuta di se stesso, del se stesso corporeità e del se stesso uomo giunto a superare la soglia dei sessanta anni quando si vorrebbe fare il consuntivo di ciò e di chi si è stati e non si trova mai il tempo di farlo, a meno che non arrivi qualcosa (un morbo, un lutto, un amore tardivo) a costringerci, a ricordarci tutta la fragilità del tempo, soprattutto quello che ci resta ed è perciò il più prezioso di tutti.
“Senza ombra di dubbio” si intitola il “diario parkinsoniano” di Felice, ma la certezza perentoria dell’affermazione riguarda non tanto la rivelazione della malattia, del suo nome, della sua identità e della scala delle progressioni che determinerà, come un automa impietoso regolato solo su stesso e le sue funzioni meccaniche, senza sentimenti, quanto più ancora l’attingimento della verità di se stesso, dei rapporti che hanno reso la propria vita quella che è stata ed è, la prova della consistenza e solidità di tutto ciò che si è costruito. Ci sono pagine del libro dove quest’ansia conoscitiva viene come metaforizzata nell’attività pratica, nel riordinare il giardino della casa di campagna (lo è diventata, per slittamento, perché prima era stata la casa della propria vita), nel trovare e rimuovere l’ostruzione di una condotta che ha provocato un allagamento, nel governare la colonia di gatti e cani che continua ad alloggiare nella vecchia abitazione, che il figlio utilizza per rinnovare – lo fanno tutti i figli, lo ha fatto ciascuno di noi, ma poi è passato – il controverso amore per il padre.
Ho accennato alla qualità letteraria del libro: quando Felice mi ha chiesto consiglio sulle letture da proporre per la presentazione che ne faremo ad Alatri il prossimo 26 ottobre alle 21, ho indicato quelle in cui egli – non so se lo abbia voluto o meno – offre i passaggi più convincenti di questa affabulazione, il diario di un viaggio a Istanbul, sulle tracce di uno scrittore amato e dei suoi paesaggi culturali e il gioco surreale delle pasticche della cura che gli è stata assegnata viste come palline che si urtano, escludono l’una con l’altra fino a mescere le loro particelle chimiche proiettate a ricostruire equilibri compromessi e consolidare architetture pericolanti.
Alla presentazione di Alatri interverranno, credo, molte persone: alunni e insegnanti che hanno avuto Felice come docente e preside, architetti che lo hanno avuto come collega, amici e compagni che lo hanno avvicinato e guardato con affetto e stima. Sarà una serata in suo onore, per fugare gli ultimi dubbi, per dire che Parkinson no, non l’avrà vinta. Anche per la forza di un racconto, anche per la forza esorcistica delle parole, che sono capaci di ingabbiare e cambiare qualsiasi destino.”