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La memoria intermittente dell’ultimo racconto di Felice

Felice Toti ci ha lasciato un libro, edito per iniziativa del fratello Tonino a meno di due mesi dalla sua morte, che nella quarta di copertina viene definito “un noir esistenziale”.

Si intitola “Deve essere successo qualcosa” e, nelle prime pagine, rileggiamo le righe che Felice (o forse i suoi familiari) ha voluto fossero riportate, sul retro di una sua bella foto sorridente, nel biglietto che lo ricorda ed è stato distribuito il giorno del funerale.

Sono queste: “(…) non che i ricordi non ci fossero ma erano come cocci di un un vaso andato in frantumi. Ne prendeva uno, la tenda del finistrone mossa appena dalla brezza, oppure il profumo dei piccoli deliziosi cannoli siciliani ma non sapeva che farci, dove mettere queste tessere di ricordo, sapeva però di doversi aggrappare a quel frammento, a quella specie di luce intermittente, per risalire a qualcosa di compiuto da consolidare nella memoria”.

Il romanzo di Felice è un esercizio di questa intermittenza della memoria che racconta di un’amicizia offesa, di un amore deragliato nel tradimento, e di un altro che sarebbe potuto nascere ma l’indolenza del protagonista – medico affermato e uomo “senza qualità” – ha impedito che, come esso avrebbe preteso, gli riempisse la vita.

“Deve essere successo qualcosa” per dire che c’è sempre qualcosa, nelle nostre vite, che accade senza che ce ne accorgiamo e che sospettiamo solo nel momento in cui certe conseguenze si manifestano costringendoci a rapidi “dietro front”, a riavvolgere il nastro della nostre esistenze per trovare il momento in cui ci sarebbe stata un’altra possibilità e non ce ne siamo accorti.

Si tratta di un “noir”? È una definizione plausibile, perchè al centro del racconto c’è una colpa taciuta troppo a lungo e troppo a lungo non vista, ma il colpevole non è semplice identificarlo, dipende da come si ricompongono i cocci della memoria e dalla forma che prende il vaso ricostruito dai suoi frantumi.

Ma più ancora, a me pare, che questo romanzo, scritto con lo stile colloquiale, chiaro, cordiale che è stato di Felice e che rimane ora un suo tratto indimenticabile, sia anche il racconto di viaggi, di cose viste, di cibi assaporati, di architetture osservate in modo da capire le ragioni che le hanno costruite così come sono: Roma e il quartiere Coppedè, Lisbona, Londra, Trieste – con Saba, Joyce e Svevo a far da attori – e tutti i luoghi che Felice ha davvero visitati in vita e tornano in questa estrema ricognizione perchè loro sono cose che restano.

E, portando seppure impercettibilmente impressa l’orma del nostro passaggio, la piega di un nostro gesto, l’eco di una nostra parola, fanno in modo che un po’ restiamo anche noi, soprattutto quando ce ne andiamo.

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