Guido Barlozzini, memoria, Ritratti, viste e sentite

Alla fine della ricerca, la poesia che Guido ha vissuto

“La ricerca non ha fine”. La copertina dell’autobiografia di Karl Popper me l’ha inviata un amico con un messaggio whatsapp quando gli ho comunicato (essendomi affidato al consiglio della sua sapienza e esperienza) che la mia ricerca su Guido Barlozzini, che pure sto concludendo, apre sempre nuove piste, tanto da farmi ritenere (e temere) che non possa mai dichiararla esaurita.

È così, interrogare in profondità la vita e l’opera di una persona, di un intellettuale dalle molteplici e complesse esperienze come è stato Guido Barlozzini, propone sempre nuove domande: punti in ombra da chiarire, testi di cui si viene a conoscenza grazie a riferimenti indiretti accennati in qualche lettera ma che nessuno ha mai trovato, congetture suggerite da sintetici appunti vergati su fogli sparsi e senza data, snodi biografici che sembrano nascondere sviluppi in grado di cambiare la prospettiva, il giudizio, la rappresentazione complessiva della sua figura. E, tuttavia, a un certo momento dell’indagine, quando si raggiunge la convinzione che il più sia stato trovato e spiegato, e che la ricerca sia stata condotta con scrupolo, bisogna rassegnarsi a mettere il punto finale.

A questo punto sono arrivato, dopo l’ultimo archivio che ho consultato, quello del Liceo Plinio Seniore di Roma, dove Guido ha insegnato dal 1961 fino alla morte. In esso ho ritrovato – con una vistosa lacuna che va dal 1964 al 1968 – i documenti della sua attività di docente, delle sue presenze, da girovago delle commissioni di maturità (allora in sessione estiva e autunnale), nelle scuole di numerose città italiane, dei corsi di formazione per insegnanti tenuti negli istituti di mezza penisola, della partecipazione ai seminari e convegni di studio sul rinnovamento dei programmi per una nuova didattica interdisciplinare, o della storia, o dello studio delle comunità minoritarie del nostro paese per fare in modo che la scuola insegnasse anche ai loro giovani. E ho trovato ancora i certificati dei ricorrenti congedi per malattia per quei dannati problemi di cuore che l’avrebbero portato a morire a nemmeno cinquantanove anni, i progetti didattici con la previsione di rientri pomeridiani per approfondire, con una strategia di piccoli gruppi, le questioni più delicate e importanti dei programmi svolti, la richiesta di autorizzazione di poter “svolgere attività di collaborazione, consulenza e direzione culturale, in sedi giornalistiche e editoriali”.

E arrivato a questo punto ho completato il profilo bio-bibliografico che accompagnerà, insieme con una “notizia sul testo” e con una introduzione che il mio amico Raffaele Manica mi ha regalato, “Il Cattivo Ladrone”, l’inedita raccolta poetica di Guido dal cui ritrovamento (addirittura in due dattiloscritti diversi, uno in fotocopia) è nato il progetto di pubblicarla in un libro che ricostruisse la figura intellettuale e perciò anche umana dell’uomo che con silenziosa dedizione l’ha composta scegliendo tra le centinaia di poesie scritte e tenute nel cassetto per oltre trenta anni.

“Il Cattivo Ladrone” è già un titolo che dichiara un punto di vista, una scelta di come stare dentro la storia e dentro la vita. Penso che sia un dovere offrirlo alla conoscenza collettiva, anche se spesso, mettendo insieme i pezzi della biografia di Guido e non trovando mai traccia di tentativi di proporre le sue poesie a editori e riviste, mi è venuto il dubbio che pubblicarla non fosse la sua volontà, o perlomeno una sua particolare preoccupazione. Mi ha rinfrancato l’incoraggiamento del figlio, Alessandro.

Guido diceva che “la poesia è più bello scriverla che pubblicarla, quando è vera prima o poi troverà la sua luce” – lo racconta un poeta che, da giovane, gli fu amico, Giovanni Quadrozzi in un articolo che, insieme con altri, uscì per la ricorrenza dei cinque anni della sua morte. Ed è lo stesso Quadrozzi che aggiunge, nella stessa occasione, quella che a me pare un’intuizione critica prima ancora che la dichiarazione di un tratto umano: “Per Guido la poesia è stato più bello viverla che scriverla”. Lo testimonia anche l’amico più antico e assoluto di Guido, Erasmo Valente, nel brevissimo testo che introduce una breve silloge di poesie del Cattivo Ladrone in un numero della Rivista Trimestrale, uscita a pochi mesi dalla morte: “tutto in Guido derivava dalla sua quotidiana, partecipe e ricca visione poetica delle cose”. Con ironia, ma mi pare senza cattiveria, anzi con bonomia, in qualche modo gliene aveva dato atto un uomo che gli fu avversario politico, Emanuele Lisi, che da consigliere comunale (sarà poi senatore) commentando il discorso di Guido sul bilancio comunale di un certo anno dice (è nel registro dei verbali del Consiglio comunale) che “quella di Barlozzini è una visione poetica del bilancio”.

Il suo sguardo poetico sul mondo, che permette a chi ne è per sua fortuna dotato di vedere ciò che tutti noi altri non vediamo, ne acuiva la sensibilità e non lasciava indifferenti chi riusciva a notarlo, magari sorpreso che anche dai numeri si potesse tirar fuori poesia, e che dietro tanta apparente svagatezza ci fosse addirittura e semplicemente un modo più veritiero di capire le cose.

La ricerca è finita, a presto dunque con “Il Cattivo Ladrone”.

L’immagine in evidenza, è una foto scattata a Torino da Alessandro Barlozzini. Nella Galleria due documenti dall’Archivio docenti del Liceo Plinio Seniore, fascicolo Barlozzini.

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