Ritratti, Senza categoria

Il mio amico Gianni Astrei

Oggi, 27 aprile alle 18,30, una messa a Santa Maria Maggiore ricorderà, con qualche giorno di anticipo, il decimo anniversario della morte del mio amico Gianni Astrei avvenuta nel pomeriggio del Primo maggio del 2009. Alcuni mesi dopo quello stupido incidente di montagna che lo portò via, il figlio Angelo mi chiese di scrivere un ricordo del padre per un libro che avrebbe dovuto raccogliere le testimonianze degli amici e di chi lo aveva frequentato e conosciuto più da vicino. La pubblicazione alla fine non si riuscì a fare, ma io inviai lo stesso la mia parte ad Angelo che l’ha depositata e conservata, come me, in una cartella del suo computer. È il mio inedito racconto di Gianni e della nostra amicizia che, d’accordo con Angelo, pubblico adesso sul mio blog per conservare una memoria, per esprimere un omaggio che non voglio – non vogliamo – resti privato. Continua a leggere

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memoria

Un Conservatorio all’ Aquila, un violino a Onna

Dieci anni fa il terremoto dell’Aquila, pochi mesi prima avevo visitato il suo Conservatorio dove tornai per raccontarne la distruzione ma anche la speranza che stava rinascendo. E’ così che scoprii il geniale progetto di ricostruzione firmato da un maestro dell’architettura dell’emergenza il giapponese Shigeru Ban, il conservatorio temporaneo che in parte ne aveva raccolto le indicazioni, spegnendone però le soluzioni più ardite, lo strenuo lavoro che aveva restituito ai giovani musicisti una sede di studio in pochi mesi, in attesa del recupero di quella storica, collocata al fianco della basilica di Collemaggio. A Onna, un paese completamente distrutto a pochi chilometri dal capoluogo, un violinista, docente del Conservatorio di Frosinone di cui all’epoca ero presidente, era riuscito a salvare il suo strumento e lo aveva trasformato nel simbolo della rinascita attraverso la musica. Raccontai tutto in un capitolo del mio libro “Conservatorio. Ieri Oggi Domani” che ripropongo come contributo al ricordo di una tragedia che non ha trovato ancora la sua pacificazione. 

«Ero stato a Collemaggio, a visitare il conservatorio Alfredo Casella dell’Aquila che occupava allora un’ampia porzione dell’antica struttura conventuale, posta al fianco della chiesa dedicata a Celestino V, al principio dell’estate del 2008, meno di un anno prima del terremoto che in pochi attimi avrebbe distrutto il centro storico della città abruzzese e fatto crollare una parte della copertura medievale dell’edificio, appena fuori dalle mura dell’abitato, meta di una devozione tenace alla memoria del papa che, nonostante la condanna dantesca, la gente più umile, forse per antica diffidenza verso i vincitori della storia e il potere, continua a conservare intatta generazione dopo generazione.

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Senza categoria, viste e sentite

Se i poveri sono colpevoli

Sessanta anni fa un’indagine spiegava che la povertà del meridione nasceva dal “familismo amorale”. Un modo per dire che i poveri non sono esenti da colpe. In occasione dei quaranta anni della ricerca, realizzata da E.C. Banfield, da cui nacque un libro celebre “Le basi morali di una società arretrata” andai a visitare il paese lucano oggetto dello studio del sociologo americano e ne scrissi per il mio giornale “Rassegna Sindacale” e “Diario”, con cui saltuariamente collaboravo. Ma ne presi anche spunto per un saggio uscito su “Nuovi Argomenti” nel marzo del 2000. mentre si discuteva di riforma dell’assistenza e aveva appena preso avvio la sperimentazione del “reddito minimo di inserimento”. Mi è tornato in mente in questi giorni d’esordio del “reddito di cittadinanza”, soprattutto  avendo preso parte ad alcune presentazioni di questa “misura”, nel corso delle quali i promotori mi sono sembrati un po’ troppo preoccupati di spiegare le sanzioni e le punizioni previste contro i ”furbi”, riecheggiando l’atavica diffidenza contro i poveri tanto nota in letteratura. Nel saggio  guardavo lo “strumento” individuato per “certificare” la povertà, il “riccometro”, alla luce di questo atteggiamento culturale e politico. Ripropongo lo scritto senza cambiamenti, non credo lo abbiano letto in molti (nonostante la prestigiosa sede di pubblicazione – la rivista fondata da Pasolini e Moravia) e mi fa piacere segnalarlo, ritenendo perfino che qualcuna delle osservazioni in esso contenuta possa risultare utile anche nel dibattito di oggi.

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Ritratti

Musicisti sull’oceano: “Samotì” e i suoi compagni

Alla fine, la storia è sparita dalle pagine dei giornali ma nei giorni immediatamente successivi all’affondamento della nave da crociera squarciatasi sugli scogli del Giglio, a quanto pare per una sbruffonata del comandante, ha trovato un suo piccolo posto nelle cronache la notizia del giovane batterista del complesso ingaggiato per intrattenere i passeggeri nelle lunghe serate di bordo che, arrivato alla scialuppa che l’avrebbe messo in salvo, ne è ridisceso per lasciare il posto a un bambino impaurito, inabissandosi così nella lista delle persone disperse nel naufragio sul cui destino non resta ormai sospesa neppure la più flebile speranza. Giuseppe Girolamo era diplomato in conservatorio e, seguendo lo stesso percorso di tanti come lui, aveva trovato uno dei suoi primi lavori da professionista della musica imbarcandosi con l’equipaggio della Concordia di Costa crociere, diventandone lui stesso – come vogliono la prassi e il diritto marittimo – un componente a tutti gli effetti, sottoposto alla stessa disciplina e ai medesimi obblighi. Continua a leggere

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libri e polemiche

L’inchiesta di Caracas, i sette emigrati di una storia dimenticata

La vicenda del grande rientro degli italo – venezuelani scacciati dal loro paese di emigrazione dalla crisi che lo ha sprofondato nella miseria – di cui ho scritto in un post precedente – mi ha fatto scoprire un libro che varrebbe la pena di ripubblicare perché racconta una storia pressoché sconosciuta, e che mai ho visto citata nei numerosi articoli che pure la stampa italiana ha dedicato al problema. Me l’ha fatta scoprire un altro libro, “Italiani mata burros” di Michele Castelli che ne fa la trama di uno dei suoi racconti.  È la storia di sette siciliani, emigrati in Venezuela negli anni cinquanta, catturati dalla polizia del dittatore Marco Perez Jimenez, i quali tenuti segregati e seviziati nelle carceri del regime per quasi tre anni (dal 13 aprile 1955, giorno dell’ “arresto” del primo dei sette, al 23 gennaio del 1958), vennero eliminati, proprio nelle stesse ore in cui un pronunciamento di militari “liberali” incendiava il Venezuela e costringeva lo screditato e corrotto tiranno alla fuga.

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Inchiesta

Dalle Ande agli Appennini, il grande ritorno dei venezuelani

Se non è ancora una diaspora, poco ci manca. Da qualche anno e ogni giorno di più è in atto il silenzioso ritorno in Italia dei nostri emigrati in Venezuela, dei loro figli e nipoti: intere famiglie che fuggono dalla grande crisi di questo grande e contraddittorio paese sudamericano, sospeso tra i proclami rivoluzionari di Maduro e del suo partito con la promessa di una società più giusta e una realtà che, nel racconto dei nostri connazionali che sono fuggiti, è un incubo di miseria e corruzione. Un delirio che minuto dopo minuto distrugge ogni speranza, martellando nella mente il chiodo di un solo pensiero fisso conficcatosi in un’ossessione, quella di  riavvolgere il nastro delle proprie biografie personali o familiari e di tornare all’origine, al punto di partenza, con la certezza che, comunque vada, si approderà in un posto migliore di quello che si lascia. Il caso è giunto sulle pagine dei giornali e nelle cronache dei notiziari, spesso deformato dalla lente dell’ormai decennale polemica sullo “chavismo” e la sua eredità di oggi: se sia stato un bene diventato un male o se invece da noi sia arrivato da sempre il riflesso di un’allucinazione che ciascuno ha colorato con i suoi sogni, custoditi, come troppo spesso avviene, sulla pelle degli altri e a dispetto della verità, delle dure evidenze della vita da svegli. Non di questo, però, voglio parlare, ma di quanto ho visto e sentito in un piccolo angolo del Molise, la cui laboriosità sociale continua a sorprendermi ancora dopo anni di viaggi, incontri e racconti. Continua a leggere

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Senza categoria

Una Caritas e la sua Scuola. I “piccoli miracoli” di Don Alberto

Nel 1992, nei giorni successivi all’assassinio di Paolo Borsellino, nella più piccola diocesi d’Italia, la Caritas fonda una Scuola di formazione all’impegno sociale e politico dedicandola alla sua memoria. Venticinque anni dopo, un libro intervista – che ho avuto l’onore di curare – racconta, dando la parola al suo ideatore, don Alberto Conti responsabile della Caritas di Trivento, la straordinaria vicenda di questa istituzione che ha ha richiamato, come docenti, personalità eminenti del mondo cattolico e laico del nostro paese. Battaglie sociali, civili, politiche che nascono tutte da un profondo impegno religioso, perché la ragione, e la spiegazione di tutto, è già scritta nelle Sacre Scritture. Il libro si intitola “Come in cielo così in terra”, è stato presentato a Capracotta da don Luigi Ciotti, il 9 agosto. Quelle che seguono sono le pagine iniziali. 

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Ritratti, viste e sentite

Alla ricerca di Troppa. Puntata seconda. Il Compianto di Terni

Un Compianto di Girolamo Troppa (foto del titolo) è esposto nel museo Caos di Terni, una struttura culturale ricavata da un vecchio opificio appena fuori dal centro storico della città. Siamo alla  seconda tappa del nostro avvicinamento alla Mostra della Pietà di Alatri (che abbiamo chiamato “Il Cristo svelato”, non solo per lucrare, con un innocuo gioco di parole, sul nome del celebre “Cristo velato” della cappella napoletana di Sansevero), ripercorrendo per quanto possibile le tracce di un pittore che fu prolifico nella produzione, disuguale (tanto da ingenerare qualche confusione) negli esiti artistici, dalla biografia accidentata e che, comunque, oggi sta attirando l’attenzione di diversi studiosi che annunciano studi e monografie sulla sua opera.

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Ritratti, viste e sentite

Conversazione sui film, la necessità dei sottotitoli, il dramma di un appassionato che sta diventando sordo

 

I protagonisti di questa conversazione sono il mio amico Elio Vernucci, medico a Piombino, molisano di nascita ma alatrense di elezione, e il suo amico Fabio Canessa, un critico cinematografico finissimo che grazie ad Elio ho conosciuto anch’io. Il loro scambio di lettere (via mail, ma sono scritte con l’eleganza di chi sa adoperare la penna stilografica) è l’occasione per raccontare, intrecciandole, alcune belle storie. Le ho ricevute in copia e, senza chiedere il  permesso agli autori (e tuttavia sperando di non irritarli), le ospito nel mio blog, aggiungendo a quello di Elio anche il mio appello per i sottotitoli nei film, perché pur non essendo sordo solidarizzo con chi lo è, e poi – se si tratta di film stranieri –  credo che essi (e tutti i film) vadano visti e sentiti nella lingua originale.

da Elio Vernucci a Fabio Canessa, l’8 gennaio 2018

Caro Fabio,

tra la fine degli anni sessanta e i settanta (i settanta tutti, a dir la verità) ho fatto scorpacciate di films  (o filmi). A Pisa per mantenerci all’università io e mio fratello Franco eravamo Istitutori Collaboratori al Qualquonia (ci chiamavano però Studenti Maestri) e tutte le domeniche accompagnavamo i ragazzini al cinema dove potevamo assistere agli spettacoli gratis et amore Dei, era il Lanteri in via S. Michele degli scalzi che raggiungevamo rigorosamente a piedi,  inquadrando i ragazzetti in fila per due divertendoci a farli camminare con estrema lentezza sulle strisce zebrate per far innervosire gli automobilisti e dare un po’ di stura al nostro (di ragazzi e Maestri) sadismo e invidia e cattiveria non tanto celata.

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viste e sentite

DIARIO DI UNA MOSTRA/1 BREVE VIAGGIO NEI LUOGHI DI GIROLAMO TROPPA

Girolamo Troppa, il pittore della seconda metà del seicento su una cui  tela, custodita nella sacrestia della Cattedrale di Alatri, noi dell’Associazione Gottifredo stiamo preparando una mostra – avviata dall’ idea e dall’impulso di Mario Ritarossi che l’ha riportata all’attenzione di tutti – è ricordato con una targa posta all’entrata della casa natale nel borgo di Rocchette, nel comune di Torri in Sabina.

Ci sono stato qualche giorno fa con lo stesso Mario Ritarossi, accompagnati dal sindaco di Torri, il medico Michele Concezzi, e dal cultore di storia locale (ma anche imprenditore agricolo) Paolo Della Torre, che è a capo di una associazione chiamata “Cento per cento Rocchette” che non nasconde l’antico rivendicazionismo campanilista nei confronti del vicinissimo paese di cui, dopo essere stato autonomo, è diventato frazione.

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