memoria, Ritratti

Le visioni di don Morosini

“Per capire meglio la singolarità della figura di Don Morosini, ma anche la sua storicità concreta che lo rende un personaggio non astratto nella sua solitaria perfezione, ma pienamente immerso nella fatica del suo tempo può aiutarci un saggio fondamentale nella storiografia della resistenza, quello di Claudio Pavone “La guerra civile. Saggio sulla moralità nella resistenza”, che dedica specificamente un capitolo ai cattolici e la guerra civile, individuando un punto fondamentale di discontinuità tra il prima e il dopo l’otto settembre. “ Nel 2016, il Comune di Ferentino mi affidò il compito di ricordare don Giuseppe Morosini nell’anniversario del suo sacrificio e nel settantesimo della Repubblica. Il tema era “le visioni di don Morosini”, quella che noi abbiamo di lui e quella, che noi oggi possiamo solo supporre, che egli aveva di se stesso e del suo futuro. Pubblico oggi il mio intervento in occasione della visita del del Presidente Mattarella alla città di Ferentino e del suo omaggio a don Giuseppe Morosini.

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memoria, Ritratti, viste e sentite

Era agosto anche centosessanta anni fa. La lenta oscillazione del pendolo di Filippo Balbi

Era, anche allora, agosto. Filippo Balbi, come ci rivela un sonetto di saluto che un suo amico frate volle dedicargli, proprio in quel mese dell’anno 1863 usciva dalla Certosa di Trisulti, dove era vissuto e aveva lavorato per quattro anni, e si avviava verso nuove destinazioni. In quell’agosto del 1863, con il Pittore abbandonava Trisulti anche il quadro al quale egli teneva di più, e che non avrebbe lasciato fino alla morte, la Testa anatomica. Nell’agosto del 2023, centosessanta anni dopo, ci torna.

L’anno di nascita si conosceva, il 1806. La città natale anche, Napoli. Ma il giorno in cui Filippo Balbi, il Maestro della Testa anatomica e delle pitture di Santa Maria degli Angeli e di Trisulti, aprì gli occhi al mondo e dove fosse ubicata la casa dei suoi primi vagiti (la stessa nella quale è vissuto fino a 22 anni) ve lo sveliamo noi per la prima volta nella Mostra “Il Corpo e l’idea. La Testa anatomica di Filippo Balbi”.

Lo ha scoperto, infatti, Mario Ritarossi, il curatore della Mostra, che ha ritrovato e sfogliato un polveroso e dimenticato fascicolo personale del pittore, custodito negli archivi dell’Accademia di Belle Arti di Napoli.

Queste due notizie non sono dettagli, curiosità. Specialmente la seconda, l’ubicazione della casa dell’infanzia e dell’adolescenza di Balbi, che abbiamo individuato in vico dei Zuroli 24. Come è oggi, lo vedete nella foto. Ma il dettaglio interessante è che la casa di famiglia del Pittore si trova a pochi passi dal Pio Monte della Misericordia, dove possiamo ammirare, oggi come ieri al tempo del Balbi adolescente, le “Sette opere della Misericordia” di Caravaggio e alcune delle tele più belle del grande barocco napoletano. Poteva un giovane curioso e dotato restare immune da queste meraviglie? L’arte di Balbi inizia da qui e finisce a pochi metri dall’Acropoli preromana di Alatri: un alfa e un omega esemplari.

Ah dimenticavamo: il giorno di nascita del Pittore è il 12 dicembre.

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Ritratti

La tenerezza inaspettata di Filippo Balbi

Nel Catalogo della Mostra di Trisulti, studi, immagini ad alta definizione, prospettive inedite e originali per descrivere un’opera che il curatore Mario Ritarossi definisce “singolare”. E’ “La Testa anatomica”, il capolavoro del pittore napoletano che soggiornò lungamente alla Certosa. Una tavola a olio che, sottoposta a indagini non invasive, rivela una sua sconosciuta fragilità. Il Catalogo, 168 pagine, è edito da Gottifredo Edizioni, costa 35 euro. La mia presentazione

“Questa mostra è necessaria, e se è necessaria si realizzerà da sola, noi dobbiamo incoraggiarla, assecondarla”. Quante volte io e Mario Ritarossi, durante la lunga gestazione de “Il Corpo e l’Idea – La Testa anatomica di Filippo Balbi”, ci siamo ripetuti questa rassicurazione, soprattutto nei momenti in cui eravamo quasi sopraffatti dal peso dei problemi ideativi, progettuali, organizzativi e finanziari che un’impresa di tale portata ci ha proposto quasi quotidianamente fino a oggi.

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Esserci o non esserci al lavoro, una questione di strategia

A metà degli anni ottanta, un giovane sociologo, Fabrizio Carmignani, affrontò il tema dell’allora (e tuttora) interminabile e irrisolvibile contenzioso sull’assenteismo operaio (con i sindacati, ovviamente, sotto tiro) cambiando prospettiva: interroghiamoci, scrisse, non sull’assenteismo ma sul presenteismo, sulle ragioni per le quali i lavoratori vanno al lavoro o non su quelle per le quali si assentano. In questo modo, indagando sulla presenza arriveremo a capire meglio anche l’assenza. Ne scrissi su Rassegna Sindacale, ripubblico l’articolo perchè questo metodo – il cambio del punto di osservazione e l’esercizio dell'”immaginazione sociologica”- servirebbe anche nei discorsi di oggi e ci aiuterebbe ad andare oltre i luoghi comuni.

Assenteismo? È questo il problema? O il vero problema non è piuttosto il “presenteismo”, e cioè il perché si va al lavoro (magari anche quando ci si sente poco bene) e non il perché ci si assenta? Mi rendo conto che, detta così, sembra una provocazione, ma forse quando leggiamo sui giornali sdegnate cronache dello scandalo dei giovani che rifiutano il lavoro, cambiare il punto d’osservazione aiuterebbe a capire, a modificare l’approccio, ad arrivare a qualche motivazione vera, fondata, complessa (non solo, dunque, salari ridicoli e lavori precarissimi), neutralizzando in partenza le insopportabili sfuriate demagogiche di chi sta al caldo e vorrebbe mantenere gli altri al freddo. Occorrerebbero analisi serie, anche correndo il rischio di arrivare a conclusioni non gradite, spiacevoli, quelle analisi che i sociologi facevano quando era merce corrente il coraggio di guardare la realtà e non le sue finzioni.

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Scherzi totiani

Gianni Toti, conosciuto come fondatore della poetronica, è stato, lungo le sue moltepici vite, giornalista e direttore di “Lavoro”, settimanale della Cgil voluto da Giuseppe Di Vittorio, negli anni cinquanta del secolo scorso, Fu una sfida all’insegna dell’innovazione, della creatività, della ricerca di un modello popolare vincente nella stampa italiana, capace di coniugare impegno e tempo libero. Intervistai Gianni Toti trentasette anni fa, oggi – come presidente dell’Associazione Gottifredo – custodisco il suo Fondo librario e archivistico.

Si possono anche chiamare scherzi del destino, ma in realtà a determinarli, questi scherzi, c’è sempre una ragione più o meno nascosta, una traiettoria della vita di ciascuno che non può che andare in quel modo, secondo una necessità che a un certo punto del tragitto si rivela inevitabile.

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I perciatellini di Pietro

“Pietro e Alatri”, un ricordo sulle amicizie e sulle riviste che PietroTripodo “frequentò”  nella cittadina ciociara, dove per alcuni anni operò una piccola casa editrice, l’Hetea, che pubblicò un testo raro di Giuseppe Gioachino Belli, una rivista dell’avanguardia artistica con un numero speciale dedicato a Pizzuto, zeppo di inediti, e un libro di saggi su Tommaso Landolfi. Adesso Pietro viene ricordato con una masterclass dell’Università di Cassino e dell’Associazione Gottifredo.

Pietro cominciò a frequentare Alatri, dove si sarebbe costruito una fitta rete di amici ed estimatori, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, quando incontrò a Roma, al collegio del Nazareno, del cui istituto scolastico annesso furono ambedue istitutori, Raffaele Manica che me lo presentò. Non ricordo se lo incontrai per la prima volta ad Alatri o a Roma – in una trattoria nella quale discutemmo dello spessore più adeguato delle fettuccine e della nobiltà, per Pietro insuperabile, dei perciatellini del rinomato pastificio abruzzese di Fara San Martino. Ricordo questo particolare perché, riflettendo sulla nostra amicizia, quando ne erano potuti restare solo il ricordo e il vuoto, sono arrivato alla conclusione che l’oggetto delle conversazioni per Pietro non fosse mai innocente, casuale; e che lui piuttosto si ingegnava, al primo contatto, a  fermarsi su un argomento innocuo, che non facesse correre il rischio di discussioni troppo accese e da cui, anche il perdente della controversia dialettica, potesse ritirarsi senza danno e il rancore che avrebbero pregiudicato i rapporti successivi.

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viste e sentite

Un Maestro del sacro, nella provincia ciociara

Antonio da Alatri, il pittore alatrino operante alla metà del secolo XV prima a Roma sulla scia dell’insegnamento di Gentile da Fabriano e Antonio Pisanello, nella fabbrica di San Giovanni in Laterano, e poi qui da noi nella sua “bottega” che formò i pittori le cui tracce, riconducibili al suo inconfondibile “vocabolario” stilistico,  incontriamo ancora oggi nei dipinti murali delle nostre chiese, cerca la modernità volgendosi al passato: individua nell’astrazione dello spazio senza marcature regolari, sciolto dalle scansioni della prospettiva, il segno inequivocabile della presenza del sacro e la misura del tempo dentro il quale si  celebra la sua epifania.

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Il pozzo delle nostre paure

Ho sempre avuto paura dei laghi. Nella camera da pranzo della minuscola casa di mia nonna, che nel ricordo è una specie di labirinto in miniatura cresciuto lungo un corridoio che mi sembrava lunghissimo e tortuoso e invece – a guardarlo da adulto – era di pochi metri, c’era affissa la riproduzione di una barca isolata in uno specchio d’acqua agitato, tratteggiato con quelle che nell’originale dovevano essere pennellate di un azzurro fosco, cupo, che io identificavo con il lago di Canterno. A questo lago, e al suo nome che mi suonava minaccioso, associavo la storia, che mi era stata narrata, di un ragazzo del mio paese  che vi era annegato qualche tempo prima che io nascessi. Per anni ho evitato accuratamente di partecipare alle gite sul lago per Ferragosto o, più frequentemente, per il giorno di Pasquetta che la comitiva dei miei coetanei organizzava con spensieratezza, nemmeno sospettando che solo l’ipotesi della scampagnata mi avrebbe provocato inquietudine e malumore. Come se recandomi in quel luogo, che pure a tanti evocava il mistero degli incontri amorosi dell’adolescenza oppure gli impegnativi convegni di coppie più adulte, delle cui esercitazioni erotiche sentivo favoleggiare sotto voce, andassi a provocare lo spirito mai placato del giovane che era stato aspirato da un vorticoso mulinello, affiorato all’improvviso dalla profondità limacciosa dell’acqua, preda di una forza violenta che gli aveva rubato tutte le promesse della vita.

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I giorni di Libertà

Una storia politica, accaduta localmente ma che contiene i medesimi tratti di quella più ampia che negli stessi anni sta accadendo nell’intero paese. Siamo nel novembre del 1943, un gruppo di giovanissimi cattolici, sotto l’ala protettrice del Vescovo di Alatri, stampa con il ciclostile dell’Azione Cattolica, il primo numero di “Libertà”, il foglio che darà voce alla sparuta ma combattiva resistenza che si organizza in questa parte della provincia di Frosinone.

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Il povero Piero

Quello che mi sorprende, rileggendo il servizio che curai per “Rassegna Sindacale” (siamo nel settembre del 1983) alla notizia della morte di Piero Sraffa, il grande economista, amico e leale interlocutore di Gramsci nel periodo in cui il fondatore del Pci fu recluso nelle carceri fasciste, è il “tono” del box con un titolo che giocava un po’ – in modo che adesso mi sembra troppo disinvolto – sul ricordo del romanzo di Achille Campanile “Il povero Piero”. Allora, fresco di nomina, ero caposervizio cultura del settimanale della Cgil, diretto da Francesco Cuozzo, un giornalista che sarebbe approdato da lì a qualche anno alla redazione dei telegiornali della RAI. E il direttore, che improntava la sua linea politico-editoriale sulla denuncia delle “arretratezze” della sinistra (non credo che all’input fosse estranea la volontà di Luciano Lama, al tempo segretario generale della Cgil, proprietaria del periodico) mi aveva chiesto di capire perché Sraffa, del quale al momento della scomparsa tutti ammettevano la grandezza scientifica e l’importanza culturale, fosse stato fino a quel momento un “dimenticato”.

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