memoria

ELEGIA DI UN PAESE CHIAMATO ALATRI

Trentadue anni fa (era maggio 1992) per l’iniziativa e l’insistenza di un gruppo di amici, e con la generosa connivenza di un tipografo-editore, Alberto Minnucci, cronista d’eccellenza, pubblicò “L’orologio ad acqua. Confidenze alla macchina da scrivere”. Adesso il comune gli dedica una strada, quella che porta alla chiesa di Portadini, battuta – come egli scrive in una sua “confidenza in prosa” contenuta nel libro – da un vento mite che, a maggio, diventa “un vento re”. Ma l’orizzonte dei racconti e dei versi di Alberto non è paesano, essi sono tante piccole “intermittenze del cuore” che valgono per chiunque e dovunque. De “L’Orologio ad acqua” scrissi la prefazione, che ripropongo.

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capitale umano, memoria

Suoni e canti popolari di Alatri, in un volume e tre CD

Un progetto iniziato nel 2019 si conclude oggi con la pubblicazione (per i tipi di Squilibri) di un volume e tre CD allegati: è l’ultimo atto (per il momento) di Our Folksongs, un’iniziativa dell’Associazione Gottifredo che mette insieme ricerca folclorica, raccolta e scrittura dei canti e delle musiche, rielaborazione artistica e attività formative. E che, inoltre, fa conoscere, mezzo secolo dopo la registrazione, un prezioso “corpus” di canti raccolti nella campagna di Alatri. Di seguito la presentazione del libro.

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memoria, Ritratti

Le visioni di don Morosini

“Per capire meglio la singolarità della figura di Don Morosini, ma anche la sua storicità concreta che lo rende un personaggio non astratto nella sua solitaria perfezione, ma pienamente immerso nella fatica del suo tempo può aiutarci un saggio fondamentale nella storiografia della resistenza, quello di Claudio Pavone “La guerra civile. Saggio sulla moralità nella resistenza”, che dedica specificamente un capitolo ai cattolici e la guerra civile, individuando un punto fondamentale di discontinuità tra il prima e il dopo l’otto settembre. “ Nel 2016, il Comune di Ferentino mi affidò il compito di ricordare don Giuseppe Morosini nell’anniversario del suo sacrificio e nel settantesimo della Repubblica. Il tema era “le visioni di don Morosini”, quella che noi abbiamo di lui e quella, che noi oggi possiamo solo supporre, che egli aveva di se stesso e del suo futuro. Pubblico oggi il mio intervento in occasione della visita del del Presidente Mattarella alla città di Ferentino e del suo omaggio a don Giuseppe Morosini.

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memoria, Ritratti, viste e sentite

Era agosto anche centosessanta anni fa. La lenta oscillazione del pendolo di Filippo Balbi

Era, anche allora, agosto. Filippo Balbi, come ci rivela un sonetto di saluto che un suo amico frate volle dedicargli, proprio in quel mese dell’anno 1863 usciva dalla Certosa di Trisulti, dove era vissuto e aveva lavorato per quattro anni, e si avviava verso nuove destinazioni. In quell’agosto del 1863, con il Pittore abbandonava Trisulti anche il quadro al quale egli teneva di più, e che non avrebbe lasciato fino alla morte, la Testa anatomica. Nell’agosto del 2023, centosessanta anni dopo, ci torna.

L’anno di nascita si conosceva, il 1806. La città natale anche, Napoli. Ma il giorno in cui Filippo Balbi, il Maestro della Testa anatomica e delle pitture di Santa Maria degli Angeli e di Trisulti, aprì gli occhi al mondo e dove fosse ubicata la casa dei suoi primi vagiti (la stessa nella quale è vissuto fino a 22 anni) ve lo sveliamo noi per la prima volta nella Mostra “Il Corpo e l’idea. La Testa anatomica di Filippo Balbi”.

Lo ha scoperto, infatti, Mario Ritarossi, il curatore della Mostra, che ha ritrovato e sfogliato un polveroso e dimenticato fascicolo personale del pittore, custodito negli archivi dell’Accademia di Belle Arti di Napoli.

Queste due notizie non sono dettagli, curiosità. Specialmente la seconda, l’ubicazione della casa dell’infanzia e dell’adolescenza di Balbi, che abbiamo individuato in vico dei Zuroli 24. Come è oggi, lo vedete nella foto. Ma il dettaglio interessante è che la casa di famiglia del Pittore si trova a pochi passi dal Pio Monte della Misericordia, dove possiamo ammirare, oggi come ieri al tempo del Balbi adolescente, le “Sette opere della Misericordia” di Caravaggio e alcune delle tele più belle del grande barocco napoletano. Poteva un giovane curioso e dotato restare immune da queste meraviglie? L’arte di Balbi inizia da qui e finisce a pochi metri dall’Acropoli preromana di Alatri: un alfa e un omega esemplari.

Ah dimenticavamo: il giorno di nascita del Pittore è il 12 dicembre.

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memoria, sociale

Esserci o non esserci al lavoro, una questione di strategia

A metà degli anni ottanta, un giovane sociologo, Fabrizio Carmignani, affrontò il tema dell’allora (e tuttora) interminabile e irrisolvibile contenzioso sull’assenteismo operaio (con i sindacati, ovviamente, sotto tiro) cambiando prospettiva: interroghiamoci, scrisse, non sull’assenteismo ma sul presenteismo, sulle ragioni per le quali i lavoratori vanno al lavoro o non su quelle per le quali si assentano. In questo modo, indagando sulla presenza arriveremo a capire meglio anche l’assenza. Ne scrissi su Rassegna Sindacale, ripubblico l’articolo perchè questo metodo – il cambio del punto di osservazione e l’esercizio dell'”immaginazione sociologica”- servirebbe anche nei discorsi di oggi e ci aiuterebbe ad andare oltre i luoghi comuni.

Assenteismo? È questo il problema? O il vero problema non è piuttosto il “presenteismo”, e cioè il perché si va al lavoro (magari anche quando ci si sente poco bene) e non il perché ci si assenta? Mi rendo conto che, detta così, sembra una provocazione, ma forse quando leggiamo sui giornali sdegnate cronache dello scandalo dei giovani che rifiutano il lavoro, cambiare il punto d’osservazione aiuterebbe a capire, a modificare l’approccio, ad arrivare a qualche motivazione vera, fondata, complessa (non solo, dunque, salari ridicoli e lavori precarissimi), neutralizzando in partenza le insopportabili sfuriate demagogiche di chi sta al caldo e vorrebbe mantenere gli altri al freddo. Occorrerebbero analisi serie, anche correndo il rischio di arrivare a conclusioni non gradite, spiacevoli, quelle analisi che i sociologi facevano quando era merce corrente il coraggio di guardare la realtà e non le sue finzioni.

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memoria, Ritratti

I perciatellini di Pietro

“Pietro e Alatri”, un ricordo sulle amicizie e sulle riviste che PietroTripodo “frequentò”  nella cittadina ciociara, dove per alcuni anni operò una piccola casa editrice, l’Hetea, che pubblicò un testo raro di Giuseppe Gioachino Belli, una rivista dell’avanguardia artistica con un numero speciale dedicato a Pizzuto, zeppo di inediti, e un libro di saggi su Tommaso Landolfi. Adesso Pietro viene ricordato con una masterclass dell’Università di Cassino e dell’Associazione Gottifredo.

Pietro cominciò a frequentare Alatri, dove si sarebbe costruito una fitta rete di amici ed estimatori, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, quando incontrò a Roma, al collegio del Nazareno, del cui istituto scolastico annesso furono ambedue istitutori, Raffaele Manica che me lo presentò. Non ricordo se lo incontrai per la prima volta ad Alatri o a Roma – in una trattoria nella quale discutemmo dello spessore più adeguato delle fettuccine e della nobiltà, per Pietro insuperabile, dei perciatellini del rinomato pastificio abruzzese di Fara San Martino. Ricordo questo particolare perché, riflettendo sulla nostra amicizia, quando ne erano potuti restare solo il ricordo e il vuoto, sono arrivato alla conclusione che l’oggetto delle conversazioni per Pietro non fosse mai innocente, casuale; e che lui piuttosto si ingegnava, al primo contatto, a  fermarsi su un argomento innocuo, che non facesse correre il rischio di discussioni troppo accese e da cui, anche il perdente della controversia dialettica, potesse ritirarsi senza danno e il rancore che avrebbero pregiudicato i rapporti successivi.

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libri e polemiche, memoria

Stéphane Grappelli. In una torre, la conclusione del suo viaggio

L’autobiografia di Stéphane Grappelli, il più grande violinista jazz del Novecento, è stata tradotta (dalla giornalista Paola Rolletta) e finalmente pubblicata in italiano. Si tratta di una coedizione tra l’Associazione Gottifredo – che ha acquistato i diritti dalla prestigiosa casa editrice parigina Calmann Levy – e Ottotipi, un editore romano specializzato in critica e storia della musica. Un “appassionante memoir” di viaggi, incontri, concerti che raccontano la favola di un ragazzo povero che grazie al suo strumento arriva alla celebrità, senza dimenticare le sue origini che cerca per tutta la vita e ritrova ad Alatri, una piccola città della grande provincia italiana. La mia postfazione.

Ad Alatri, a poche decine di metri dal suo monumento più importante, l’Acropoli preromana cinta dalle mura ciclopiche, c’è la torre Grappelli. Fa parte di un edificio che le pubblicazioni turistiche, a segnalare lo sviluppo e il compimento delle sue originarie evidenze medievali, definiscono il più elegante esemplare dell’architettura cinquecentesca dell’edilizia civile cittadina. Si confondono, però, e si impantanano nel vago quando passano a descriverne con esattezza la storia e la proprietà e, soprattutto, quando si ingegnano a spiegare se il nome dato alla torre si riferisca a una famiglia che ne abbia goduto il possesso, come verrebbe spontaneo supporre. L’incertezza è provata perfino dalla voce che al palazzo e alla torre viene dedicata da “wikipedia”, l’enciclopedia on line, redatta dal “basso”, che rievoca una rinascimentale famiglia Patrassi  e cita, qualche riga dopo senza chiarire il nesso, quella dei marchesi Grappelli da cui si fa discendere, attraverso il padre Ernesto, dicendolo nativo di Alatri, il grande Stéphane, nato a Parigi ma dunque con qualche goccia, o anche più, di sangue ciociaro.

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memoria, Ritratti

“Quel Gino Conti sono io”

«Gino Conti», «Stanko»: ancora oggi Alfredo Bonelli ricor­re frequentemente agli pseudonimi, o meglio ai nomi di batta­glia, della sua giovinezza per presentarsi all’interlocutore. Può sembrare civetteria, o la fissazione di un vecchio che vede inci­se nel cristallo di due nomi le due esperienze vitali della sua esistenza, quelle a cui affida il compito di interpretarne  il senso e trasmetterne il valore fondamentale: «Gino Conti», e cioè la Resistenza, l’organizzazione clandestina del Comitato di Liberazione Nazionale e del Partito Comunista in Ciociaria, «Stanko», e cioè la militanza internazionalista in Jugoslavia, l’opposizione antitoista, la formazione a Fiume, in nome del­l’ortodossia, di una cellula comunista schierata contro il mare­sciallo partigiano, scomunicato nel 1948-49 da Stalin e dal Cominform. In Ciociaria dall’ottobre del 1943 al marzo del 1944, in Jugoslavia dal novembre del 1948 alla fine del luglio del 1950, infatti, Bonelli cerca di apporre una sorta di timbro personale sulla sua vicenda di militante comunista e di «rivo­luzionario di professione» scegliendo di andare incontro da solo, invece che confuso nell’anonima e disciplinata falange del suo partito, alla Storia. Compie, si potrebbe insinuare, per due volte un atto di superbia: cede alla tentazione di un peccato che, tanto nella mitologia cristiana come nell’ideolo­gia del comunismo terzinternazionalista, ha il significato di un’individualistica, e perciò insopportabile, affermazione di identità. Continua a leggere

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memoria

Luigi Pietrobono, un critico controcorrente

Luigi Pietrobono. Dal “Centro al Cerchio”. Un viaggio controcorrente nell’Universo della Commedia. Con un convegno e una Mostra abbiamo ricordato il sessantesimo anniversario della morte di Luigi Pietrobono, l’insigne dantista nato  e vissuto per lunghi periodi ad Alatri. Questa è l’introduzione con cui ho aperto l’incontro di giovedì 27 febbraio. Il primo atto di un programma che avrà i suoi momenti più importanti nel 2021, anno dantesco. Intanto la colonna sonora della Mostra è data – grazie a un audio conservato presso l’Istituto Centrale dei Beni sonori e audivisivi, riprodotto per questa occasione – dalla voce di Pietrobono che legge i Canti della Commedia. 

 

Ringrazio le Autorità presenti e le Istituzioni che rappresentano per la partecipazione al nostro Convegno, promosso insieme dal  Comune di Alatri, l’Associazione Gottifredo, l’impresa sociale – scuola di lingua italiana “Io studio Italiano” con il patrocinio dell’Università per  Stranieri di Perugia, la Società Dante Alighieri e con il sostegno della Fondazione Terzo Pilastro Internazionale, partner di tutte le iniziative più rilevanti dell’Associazione e del Coworking Gottifredo, una struttura dell’Associazione a cui si deve l’ideazione e  l’organizzazione della giornata di oggi.

Un saluto particolare mi sarà concesso rivolgere a Padre Angelo Celani direttore dell’Istituto San Giuseppe Calasanzio di Roma, padre Scolopio che ci ricorda con la sua presenza il legame – anche nel nome di Pietrobono – della nostra città, della nostra città degli studi, con i Padri Scolopi e la ricca e benemerita attività educativa che Essi hanno svolto e svolgono.

La nostra Città ha ricordato negli anni  più volte padre Luigi Pietrobono. Preparando la giornata di oggi, ho potuto accedere alla documentazione dei convegni e delle celebrazioni svolte nel passato, su iniziativa della nostra amministrazione comunale e del Liceo Pietrobono. Continua a leggere

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memoria

La lunga lotta della Pantanella

Nel novembre del 1971 si concludeva, con un accordo sindacale, l’occupazione della Pantanella, un’antica fabbrica di pasta di Roma. Sembrava una vittoria, ma fu una sconfitta di cui, un attimo prima degli altri, si accorse uno dei responsabili dell’azienda  che, alcuni giorni dopo la firma dell’intesa, si suicidò lanciandosi dalla terrazza più alta dello stabilimento di Porta Maggiore, i cui muri di cinta, con gli striscioni che promettevano resistenza a oltranza, erano stati per mesi il diario della lotta a uso dei pendolari bloccati sui treni nelle lunghe soste prima di entrare nella stazione Termini. Lo raccontai per “Nuovi Argomenti” nel numero aprile-giugno del 2000 quando al posto della fabbrica, dopo anni di abbandono, stava nascendo un’area commerciale e di uffici.  

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