capitale umano, memoria, Senza categoria, viste e sentite

Quando mio padre tradì il legno e fu tradito dal linoleum

Vincenzo Moretti, sociologo e scrittore, ha inventato “la notte del lavoro narrato” , che si “celebra” ormai da oltre un decennio tra la sera del 30 aprile e la mattina del giorno successivo, il primo maggio. Chi vuole e si sente parte di questo progetto e fa professione di credere nel lavoro fatto con coscienza (un lavoro da prendere di faccia e non di traverso, come avrebbe detto il padre di Vincenzo, pressappoco con queste parole, per ricordare che. per umile che sia, il lavoro deve essere ben fatto – è una questione di rispetto prima di se stessi e poi degli altri) può partecipare scrivendo una storia, mandando un pensiero, postando un video. Ne viene fuori, ogni anno, un racconto corale della coscienza del lavoro del nostra paese. Ho partecipato alla prima edizione, nel 2014, scrivendo questa mia esperienza, vissuta da bambino, di un lavoro che a mio padre non riuscì bene, ma proprio perchè provò una novità che tradiva la sua arte artigiana. Eccolo, anche in video.


Mio padre, da quando sono nato al giorno in cui è arrivata la mia seconda sorella ed io avevo ormai quasi nove anni, è stato un falegname disoccupato. Non che fosse propriamente senza lavoro, ma siccome lavorava alla falegnameria di suo padre e in quei tempi un artigiano per farsi pagare doveva penare e accontentarsi anche di compensi in natura (tipo i ceci e le lenticchie che una volta una signora dell’aristocrazia del mio paese gli offrì, rubando anche sul peso), guadagnava poco o nulla e stava sempre alla ricerca di qualche altra occasione.

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memoria, Ritratti, viste e sentite

Walter Pedullà, un critico “militante” per Landolfi

Ringrazio gli organizzatori che hanno voluto aprire questo terzo appuntamento delle “giornate landolfiane” con un omaggio a Walter Pedullà. E per aver voluto che fossi io a pronunciarlo a nome di tutti.

Pedullà è stato mio Maestro, ma anche mio amico, almeno nella misura in cui possa esserci amicizia tra un Maestro, appunto, e chi sente vanto nell’essere annoverato nella famiglia dei suoi allievi.

Questo rapporto è cominciato con la mia tesi sullo “stile” di Landolfi che Pedullà mi assegnò, giusto cinquanta anni fa, forse anche per la simpatia che nutriva nei miei confronti, essendo io cittadino del paese ciociaro nel quale aveva insegnato, in un periodo di “confino” per antifascismo, il suo sempre rimpianto fratello Gesumino: il giovane docente di latino e greco, studioso di sanscrito, morto a 32 anni, nell’agosto del 1944 quando Walter ne aveva appena quattordici, durante un viaggio di ricongiunzione con la sua famiglia rimasto incompiuto.

Il ricordo che vorrei condividere con voi, prima di affrontare il resto, riguarda il legame che Pedullà, nel nome di Landolfi, ha avuto con Pico e la provincia di Frosinone, dove è venuto ogni volta che i suoi giovani amici e allievi, da lui conquistati alla causa landolfiana, lo chiamavano per regalare l’autorevolezza del suo nome e l’esperienza del suo consiglio alle loro iniziative di studio sullo scrittore.

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Appunti per un ritratto di Guido

Questo è un breve diario (tuttora in progress), che ho tenuto pubblicando brevi post sulla mia pagina facebook, di una ricerca su Guido Barlozzini, un intellettuale, che fu docente, poeta, traduttore, saggista, impegnato in politica, rimasto nella memoria di chi lo ha conosciuto direttamente e di chi di lui ha saputo grazie al racconto degli altri.

Di Barlozzini ho una immagine stampata nella memoria, accompagnata dal suono e, direi anche, dal ritmo della sua voce che sembrava immergere chi lo ascoltava nella profondità dei sentimenti. È una sua conferenza in un circolo cittadino, negli anni del mio liceo. Tema “Leopardi”, su cui egli aveva scritto un saggio, forse in dispense universitarie, “Introduzione alla Canzone Ad Angelo Mai”, pubblicato dalle Edizioni dell’Ateneo (La Sapienza) nel 1947, ancora per me introvabile.

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capitale umano, memoria, Ritratti, viste e sentite

E’ Atina la capitale del jazz e il Conservatorio di Frosinone il suo profeta

In un saggio del 2012 ho raccontato come il jazz sia diventato un insegnamento ufficiale dei Conservatori italiani partendo da Frosinone. Fu l’occasione per ricordare musicisti, direttori e appassionati che hanno fatto della provincia ciociara una delle grandi capitali del jazz, e dove ogni anno, ad Atina, si celebra uno dei suoi festival più prestigiosi. Ma tutto cominciò dalle visioni di alcuni visionari, Daniele Paris, Gerardo Jacoucci, Vittorio Fortuna. Ripubblico qui il mio scritto, senza ritoccarlo o aggiornarlo. E rileggendolo mi pare che parli del jazz con una tecnica jazzistica, mille fili che si intrecciano in tante variazioni.

Una buona metà degli iscritti al nuovo ordinamento del Conservatorio di Frosinone frequenta il corso di musica jazz; è un successo che dipende ovviamente dalla qualità dell’insegnamento e dal prestigio dei professori, guidati da Ettore Fioravanti, batterista leader di diversi gruppi, nonché componente del quintetto di Paolo Fresu di cui fa parte fin dalla costituzione quasi trenta anni fa. Un musicista che a me sembra tra i pochi che riesca a dare una sorta di autonoma musicalità al suo strumento, mentre negli altri suoi colleghi risulta quasi sempre in funzione caudataria rispetto al resto del complesso: so bene che è un’impressione da profano, ma non deve essere del tutto gratuita se qualcosa di analogo ha detto di lui un altro grande jazzista Marcello Rosa, maestro del trombone jazz in Italia che nella sua lunga carriera ha suonato con miti come Milt Jackson e Lionel Hampton, per dire che è uno che se ne intende.

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sociale, viste e sentite

Una scuola a parte, forse troppo

Gradevole, divertente, ruffiano, in qualche punto fino a scivolare nel parodistico, con due attori (e il contorno di comprimari, piccoli e adulti) in grande forma e convincenti ma attaccati a personaggi che la loro storia la dicono già tutta dalle prime battute, idilliaco, fin troppo, e perciò un po’ falso come tutti gli idilli, diretto nella denuncia di un problema mai affrontato seriamente, quello dello spopolamento dell’Italia e della soppressione delle scuole della dorsale appenninica, ma con proposte di soluzione un po’ troppo facili, in qualche punto perfino ciniche: il film di Riccardo MilaniUn mondo a parte” può essere affrontato da più prospettive, se non si sceglie di considerarlo una bella favola con la sua morale ben confezionata e tuttavia di incerta presa sulla realtà.

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Era agosto anche centosessanta anni fa. La lenta oscillazione del pendolo di Filippo Balbi

Era, anche allora, agosto. Filippo Balbi, come ci rivela un sonetto di saluto che un suo amico frate volle dedicargli, proprio in quel mese dell’anno 1863 usciva dalla Certosa di Trisulti, dove era vissuto e aveva lavorato per quattro anni, e si avviava verso nuove destinazioni. In quell’agosto del 1863, con il Pittore abbandonava Trisulti anche il quadro al quale egli teneva di più, e che non avrebbe lasciato fino alla morte, la Testa anatomica. Nell’agosto del 2023, centosessanta anni dopo, ci torna.

L’anno di nascita si conosceva, il 1806. La città natale anche, Napoli. Ma il giorno in cui Filippo Balbi, il Maestro della Testa anatomica e delle pitture di Santa Maria degli Angeli e di Trisulti, aprì gli occhi al mondo e dove fosse ubicata la casa dei suoi primi vagiti (la stessa nella quale è vissuto fino a 22 anni) ve lo sveliamo noi per la prima volta nella Mostra “Il Corpo e l’idea. La Testa anatomica di Filippo Balbi”.

Lo ha scoperto, infatti, Mario Ritarossi, il curatore della Mostra, che ha ritrovato e sfogliato un polveroso e dimenticato fascicolo personale del pittore, custodito negli archivi dell’Accademia di Belle Arti di Napoli.

Queste due notizie non sono dettagli, curiosità. Specialmente la seconda, l’ubicazione della casa dell’infanzia e dell’adolescenza di Balbi, che abbiamo individuato in vico dei Zuroli 24. Come è oggi, lo vedete nella foto. Ma il dettaglio interessante è che la casa di famiglia del Pittore si trova a pochi passi dal Pio Monte della Misericordia, dove possiamo ammirare, oggi come ieri al tempo del Balbi adolescente, le “Sette opere della Misericordia” di Caravaggio e alcune delle tele più belle del grande barocco napoletano. Poteva un giovane curioso e dotato restare immune da queste meraviglie? L’arte di Balbi inizia da qui e finisce a pochi metri dall’Acropoli preromana di Alatri: un alfa e un omega esemplari.

Ah dimenticavamo: il giorno di nascita del Pittore è il 12 dicembre.

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Scherzi totiani

Gianni Toti, conosciuto come fondatore della poetronica, è stato, lungo le sue moltepici vite, giornalista e direttore di “Lavoro”, settimanale della Cgil voluto da Giuseppe Di Vittorio, negli anni cinquanta del secolo scorso, Fu una sfida all’insegna dell’innovazione, della creatività, della ricerca di un modello popolare vincente nella stampa italiana, capace di coniugare impegno e tempo libero. Intervistai Gianni Toti trentasette anni fa, oggi – come presidente dell’Associazione Gottifredo – custodisco il suo Fondo librario e archivistico.

Si possono anche chiamare scherzi del destino, ma in realtà a determinarli, questi scherzi, c’è sempre una ragione più o meno nascosta, una traiettoria della vita di ciascuno che non può che andare in quel modo, secondo una necessità che a un certo punto del tragitto si rivela inevitabile.

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viste e sentite

Un Maestro del sacro, nella provincia ciociara

Antonio da Alatri, il pittore alatrino operante alla metà del secolo XV prima a Roma sulla scia dell’insegnamento di Gentile da Fabriano e Antonio Pisanello, nella fabbrica di San Giovanni in Laterano, e poi qui da noi nella sua “bottega” che formò i pittori le cui tracce, riconducibili al suo inconfondibile “vocabolario” stilistico,  incontriamo ancora oggi nei dipinti murali delle nostre chiese, cerca la modernità volgendosi al passato: individua nell’astrazione dello spazio senza marcature regolari, sciolto dalle scansioni della prospettiva, il segno inequivocabile della presenza del sacro e la misura del tempo dentro il quale si  celebra la sua epifania.

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Se i poveri sono colpevoli

Sessanta anni fa un’indagine spiegava che la povertà del meridione nasceva dal “familismo amorale”. Un modo per dire che i poveri non sono esenti da colpe. In occasione dei quaranta anni della ricerca, realizzata da E.C. Banfield, da cui nacque un libro celebre “Le basi morali di una società arretrata” andai a visitare il paese lucano oggetto dello studio del sociologo americano e ne scrissi per il mio giornale “Rassegna Sindacale” e “Diario”, con cui saltuariamente collaboravo. Ma ne presi anche spunto per un saggio uscito su “Nuovi Argomenti” nel marzo del 2000. mentre si discuteva di riforma dell’assistenza e aveva appena preso avvio la sperimentazione del “reddito minimo di inserimento”. Mi è tornato in mente in questi giorni d’esordio del “reddito di cittadinanza”, soprattutto  avendo preso parte ad alcune presentazioni di questa “misura”, nel corso delle quali i promotori mi sono sembrati un po’ troppo preoccupati di spiegare le sanzioni e le punizioni previste contro i ”furbi”, riecheggiando l’atavica diffidenza contro i poveri tanto nota in letteratura. Nel saggio  guardavo lo “strumento” individuato per “certificare” la povertà, il “riccometro”, alla luce di questo atteggiamento culturale e politico. Ripropongo lo scritto senza cambiamenti, non credo lo abbiano letto in molti (nonostante la prestigiosa sede di pubblicazione – la rivista fondata da Pasolini e Moravia) e mi fa piacere segnalarlo, ritenendo perfino che qualcuna delle osservazioni in esso contenuta possa risultare utile anche nel dibattito di oggi.

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Alla ricerca di Troppa. Puntata seconda. Il Compianto di Terni

Un Compianto di Girolamo Troppa (foto del titolo) è esposto nel museo Caos di Terni, una struttura culturale ricavata da un vecchio opificio appena fuori dal centro storico della città. Siamo alla  seconda tappa del nostro avvicinamento alla Mostra della Pietà di Alatri (che abbiamo chiamato “Il Cristo svelato”, non solo per lucrare, con un innocuo gioco di parole, sul nome del celebre “Cristo velato” della cappella napoletana di Sansevero), ripercorrendo per quanto possibile le tracce di un pittore che fu prolifico nella produzione, disuguale (tanto da ingenerare qualche confusione) negli esiti artistici, dalla biografia accidentata e che, comunque, oggi sta attirando l’attenzione di diversi studiosi che annunciano studi e monografie sulla sua opera.

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