Ho scritto, anni fa, di un’azienda che a Trivento – nel Molise che confina con l’Abruzzo e se ne va verso le alture del Matese – produceva farro. Era proprietà di una cooperativa, Nuova Europa 2000, guidata da un giovane imprenditore, Antonino Molinaro, simpatico – come constatai direttamente, incontrandolo – e generoso, come mi venne assicurato dal mio accompagnatore, il direttore della Caritas diocesana, il mio amico don Alberto Conti, che sapeva delle elargizioni di vario tipo di cui avevano beneficiato diverse famiglie povere della zona.
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Io Bernie Sanders per un mese
È mio quel volto affaticato e un po’ gonfio che annuncia, con un ultimo live streaming su facebook alle prime luci dell’alba di lunedì 6 giugno, la fine del mio piccolo sogno, quello di diventare sindaco di Alatri, un paese di trentamila abitanti piantato in mezzo al Lazio, nel cuore di quello che fu lo stato pontificio. Il risultato dello scrutinio è ormai definito, non sono andato oltre il 12,6% dei voti, al di sotto delle mie speranze, anche se tutti quelli che mi stanno intorno nella lunga notte dell’attesa continuano a spronarmi, cercando di convincermi che non è così. E mi ripetono che il mio successo personale è sotto gli occhi di tutti, mentre Mario Vito, mio figlio, scruta preoccupato l’impercettibile balzo dei miei umori allo sfilacciato arrivo del responso dei 21 seggi elettorali nei quali è distribuito “il popolo sovrano” della mia città, frammentato in 22 mila cittadini elettori.
Il “modesto” Marianetti
Il “modesto” Marianetti, così Stefania Craxi aveva definito Dino quando nelle drammatiche vicende che stavano portando alla morte il Partito Socialista a qualcuno era venuto in mente di proporlo, come scelta disperata, alla guida di quel che restava del più antico e glorioso dei partiti italiani. Lo ricorda lo stesso Marianetti nella sua autobiografia (“Io c’ero”) che è stata presentata ieri alla Biblioteca del Senato, poche ore prima che ci giungesse, preannunciata però dalla sua assenza in un’occasione alla quale non sarebbe mai mancato per sua volontà, la notizia della morte. L’episodio e il passo del libro di memorie che lo racconta sono stati citati da Giuseppe De Rita, che ha commentato – rivelando di essere pure lui ciociaro, di Pontecorvo, come Marianetti che era nato a Tripoli nel 1940 ma era cresciuto a Morolo e Colleferro – che c’è una nobiltà nell’essere modesti, autodidatti, consapevoli di essere parte di una comunità che ti affida grandi responsabilità e che perciò deve essere rispettata rinunciando alla facile tentazione di fare la corsa da soli.
Analisi del 2015
I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.
Ecco un estratto:
Un “cable car” di San Francisco contiene 60 passeggeri. Questo blog è stato visto circa 430 volte nel 2015. Se fosse un cable car, ci vorrebbero circa 7 viaggi per trasportare altrettante persone.
Pier Paolo Pasolini
Il Sole 24 Ore sospende l’incredulità
Quando insegnavo, anni fa, arrivò a scuola uno studente canadese, un quindicenne figlio di emigrati che erano tornati a casa. Conosceva poche parole di italiano, si esprimeva in uno slang bastardo di cui riuscivamo ad afferrare a malapena qualche vocabolo, sfigurati relitti emergenti da fiotti di parole incomprensibili per noi professori e i suoi compagni. Il consiglio dei docenti, di cui facevo parte, si riunì per decidere come affrontare il problema. Un nostro collega si offrì (poi capimmo che la famiglia del ragazzo, residente in campagna con orto e pollaio, aveva previsto un modesto extra in natura) di impartirgli lezioni intensive per portarlo, così disse, a leggere e scrivere correttamente, per il suo livello, entro il 15 giugno successivo, giorno di chiusura dell’anno scolastico e di rilascio del titolo finale. Nel corso dell’ultima riunione didattica, subito dopo le festività di Pasqua, quella immediatamente precedente al consesso degli scrutini di fine anno scolastico, i professori del ragazzo lamentarono di non aver registrato miglioramenti significativi e ne chiesero ragione al collega che l’aveva preso sotto il suo tutorato, da lui ricevendo ancora assicurazione che il 15 giugno lo studente avrebbe inesorabilmente scritto e parlato l’italiano nel grado sufficiente a promuoverlo.
Oggi siamo tutti Marino, domani chissà
Non so, onestamente, se Ignazio Marino, come scrive oggi un quotidiano, voglia accreditarsi, per sfuggire alle dimissioni da lui stesso firmate e ora evidentemente in via di revoca, come un “sindaco del fare”. Ho però la netta impressione, pur non vivendo più da un paio di anni a Roma e perciò non avendo, come suol dirsi, il polso delle cose che accadono nell’Urbe, che egli sia stato giudicato dal suo partito ben oltre gli eventuali demeriti e che la sua colpa maggiore sia stata quella di infastidire, contrariare, colpire interessi che non ci hanno messo un minuto a coalizzarglisi contro, cercando di demolirlo prima con l’irrisione poi con la contestazione politica, infine con l’isolamento e con sempre più intense manovre di forte coloritura politico-affaristica.
Contro la povertà una misura universale. E’ così?
Bisognerà attendere la legge delega per poter esprimere un giudizio su quella misura di contrasto alla povertà presentata da Renzi come una novità straordinaria che accompagnerà la legge di stabilità. Quello che si può dire, però, già da adesso è che parlare di misura “universale” (e cioè rivolta ai poveri in quanto tali e non in quanto appartenenti a specifiche categorie da tutelare) con una dotazione finanziaria che nel giro di tre anni non oltrepasserà il miliardo di euro (nel 2017) sembra comunque eccessivo, un’affermazione vicina più alla strategia della “straordinarizzazione” degli atti del governo che a quella del “cambio di verso” vero e proprio nella realizzazione di fatti che segnino una svolta evidente e sostanziale delle politiche di welfare finora seguite (e non solo da quest’ultimo governo, ovviamente).
Il ritratto di D’Arrigo
Il ritratto di Stefano D’Arrigo che Mario Ritarossi ha disegnato per il nostro Quarantennale dell’Horcynus Orca, celebrato tra Arcinazzo e Trevi nel Lazio (http://horcynusorca40.wix.com/convegno), racconta di un uomo diverso da quello che rimandano le foto che si possono vedere cliccando su google images (nella serie compare anche un disegno che lo ritrae su una barca che vorrebbe essere quella dell’ultimo viaggio di ‘Ndria). Non parlo delle foto in cui lo scrittore compare con la bocca semi coperta da una mano, ma di quelle in cui una piegatura delle labbra vorrebbe suggerire un atteggiamento ironico e penetrante nello stesso tempo e che tuttavia tradisce come un’irritazione, un moto d’astio che non riesce del tutto a trattenersi nei confronti dello sconosciuto osservatore, se non del fotografo stesso che gli è davanti.
Acronimi contro la povertà
Adesso si chiamerà Ria, reddito per l’inclusione attiva; due anni fa era stato battezzato con un meno impegnativo Sia, sostegno per l’inserimento attivo, l’estate scorsa un gruppo di trenta associazioni, che sembravano aver trovato buona udienza e ascolto tra addetti ai lavori e decisori (diciamo così) politici, aveva proposto Reis, reddito di inclusione sociale, diciassette anni fa, quando venne attuato per la prima volta a livello sperimentale, fu definito Rmi, reddito minimo di inserimento. Insomma ogni stagione, ogni governo, a volte più volte lo stesso governo sentono il bisogno di mettere mano al nome, alla sigla come primo passo per varare quella misura generale di contrasto alla povertà che l’Europa ci chiede da tempo e che da noi continua a non farsi, anche per la buona ragione che per disporre delle risorse sufficienti a generalizzarla ci sarebbe bisogno di azzerare prima la miriade di mini-misure (cosiddette categoriali, per dirla con gli specialisti) che fanno del nostro paese il più confusionario e inefficace, tra quelli della casa comune europea, nella lotta alla miseria (eccezion fatta, naturalmente, della Grecia e del Portogallo che con noi fanno parte dell’ormai gergale e dispregiativa locuzione, entrata nella vulgata giornalistica, che definisce i più arretrati nel campo).

